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Romanzi, letture e rassegna stampa.
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Letture e racconti
In the press
Dicono di
“Settanta acrilico trenta lana”
Radicale e ricco di incredibili formulazioni liriche.
Ha solo 23 anni, ma possiede la sapienza senza tempo dei grandi artisti.
Mai ho letto un debutto tanto geniale come Settanta acrilico trenta lana.
Anche nella rassegna: Der Spiegel · Il Sole 24 Ore · Que Leer
“Cuore cavo”
Una straordinaria impresa di ginnastica linguistica.
Ancora più sorprendente del suo precoce successo è quanto maturo sia già il sistema estetico da lei creato.
Un viaggio vorticoso e luminoso nell’aldilà. Il fatto che ne siamo convinti è la prova del linguaggio ipnotico e incantatorio di Viola Di Grado.
Un romanzo coraggioso, una prosa scintillante.
Una lingua incredibilmente inventiva: la scrittura si esibisce in metafore ispirate.
Scritto con un linguaggio sontuoso e splendide metafore.
Ammirevole e raggelante. Un trionfo di fattura.
La conferma di un talento unico e visionario.
Viola Di Grado ha fatto il miracolo.
Anche nella rassegna: Corriere della Sera · D — la Repubblica · Panorama
“Bambini di ferro”
Il romanzo che risponde nel modo più compiuto e poetico alle discussioni recenti sulla maternità.
Viola Di Grado è una delle voci letterarie europee più entusiasmanti di oggi.
Di Grado ancora spiazzante: quasi che abbia voluto lacerare l’involucro d’una lingua sontuosa e cangiante per consentire alla nuda e dolorosa evidenza del pensiero, alle sue verità, di venire meglio alla luce.
Una narrazione di consapevolezza pura. Vibra ovunque la tensione alla visione. Questa narrativa è proprio all’altezza dei tempi e uno dei pochi rimbalzi possibili, capaci di creare l’arco voltaico tra immagine e parola, tra storia e assenza di storia, tra adulto e bambino, tra danno e riparazione dello stesso, tra ragionamento sull’umano e il suo possibile e probabile trascendimento, tra lirico e ciò che una volta fu l’epico, tra narrazione laica e storia sacra.
Un genere nuovo e personalissimo. La struttura narrativa procede per simboli: ideografici, scientifici, filosofici, religiosi. Una vera supplica tragica, un vocativo sul finale: la nostalgia dell’altro.
Provoca uno spiazzamento nei confronti del lettore che pochi, come Viola Di Grado, osano affrontare. Nell’officina conturbante di Bambini di ferro, dalla fascinazione della sua narrazione, dalla vertigine del teatro del mondo dove le maschere umane diventano robot e macchine hi-tech, affiora il dolore del futuro e il sogno del passato, il dolore della storia in cui il Buddha stesso deve tramontare per tornare uomo tra gli uomini.
Anche nella rassegna: Giuseppe Genna
“Fuoco al cielo”
Un libro di sconvolgente bellezza, che va fino in fondo al disastro infinito della follia umana.
Fuoco al cielo ti si cuce addosso e strapparne i lembi sarebbe come perdere parte di te, allora tutto quello che dobbiamo fare è custodirlo gelosamente in noi e ogni tanto sfogliarne qualche pagina per sentirci vivi.
Serviva la penna di Viola Di Grado per raccontare una delle vicende più atroci del Novecento.
Fuoco al cielo ci mostra una forza rara, ed è la forza che possiede la vera letteratura.
Una medicina amara ma prodigiosa. Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente.
Un’estrema, radicale, orgogliosa protesta contro l’assenza dell’altro e il silenzio di Dio.
Fuoco al cielo ha una complessità che lo distanzia molto dalla produzione odierna, tocca certe corde che oggi la letteratura difficilmente riesce a raggiungere.
Visionario e poetico come il primo lungometraggio di Lynch, struggente quanto il finale di Addio alle armi di Hemingway, connotato da un’intensità assoluta.






